Chiesa della Madonna delle Grazie – Valesella

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Eretta al posto di un capitello nel 1510/15 per voto del Comune di Domegge protetto negli anni 1508/09 dagli attacchi dei Tedeschi.

La parte vicina al campanile fu costruita da Nicolò Ruopel di Carnia mentre nel 1573/80 la confraternità dei Battuti ottenne di ampliarla aggiungendo un altare in onore di Santa Apollonia. Venne consacrata nel 1582 e restaurata nel 1926. Caratteristica è la sua pianta irregolare con due absidi:una a tre lati, l’altra (più vecchia) a due. Vi è annessa una cella,già abitata da un eremita,unico esempio rimasto in Cadore. La leggenda vuole che la chiesa dovesse essere costruita dalla parte di Calalzo ma “….la Madonna si oppose,per maggior simpatia verso quei di Domegge,e la notte faceva trasportare,a mezzo di divini manovali,le fondamenta che si piantavano ogni giorno. E il gioco durò per parecchie notti finché quei di Calalzo,visto che colla Madonna non c’era da scherzare,dovettero starsene cheti e rassegnati perché la chiesa si piantasse su quel di Domegge.”


Mai come per questa chiesa si conviene l’aggettivo ‘singolare’ per qualificarne l’inusuale struttura e ubicazione vertiginosa, sfida lanciata dalla fede alla natura e alle capacità costruttive dell’uomo.
Pensata come ex-voto dopo la battaglia di Vallesella (1509) combattuta contro le truppe di Massimiliano I d’ Asburgo, la Molinà fu costruita tra il 1510 e il 1515 dal maestro carnico Nicolò Ruopèl. In aderenza sorgono la sacrestia e la sovrastante stanza di abitazione dell’officiante, che inglobano la base della torre campanaria.
Tra il 1579 e il 1580 la Confraternita dei Battuti di S. Giorgio edificò a cavaliere della forza scavata dal rio Molinà una cappella gemella con cripta sospesa nel vuoto. Questa la genesi di un monumento dotato di doppia abside ma privo delle facciate corrispondenti, con doppio ingresso laterale e planimetria irregolare per i vincoli imposti dalle asperità del sito. L’oscuro vano interno è dominato dall’inedito connubio tra edilizia spontanea ed architettura d’autore che si apre ai modi di quella nei perimetri irregolari, gli angoli di varia ampiezza, i profili sbilenchi, in pendenze e dislivelli, com se un bizzarro artefice si fosse divertito a forzare il telaio della struttura in un gioco di trasformazione topologica. Spettacolari le volte simili nel disegno delle nervature a stella, con chiavi differenti per forma, sottolineate un tempo dal colore.
Le due aule sono raccordate da archi di luce e forma diversa con catene lignee finemente intagliate, così come la balaustra della scala con il ventaglio di più gradini, le panche, le porte, dettagli che rivelano accuratezza e intento decorativo.
Proviene probabilmente dal capitello (1350 ?) preesistente alla cappella del Roupèl, il frammento di affresco della ‘Madonna in trono col Bambino’ (XVII secolo ?) di testine d’angeli e putti emergenti su sfondo di nuvole.
E’ l’immagine che le cronache cinquecentesche dicono sudasse e cangiasse colore. Vi si leggono tratti di una cultura pittorica nordica nell’atteggiamento ieratico del Bambino benedicente, nelle fisionomie larghe e forti con biondi capelli ordinatamente scompartiti, negli occhi globosi spalancati entro la mandorla di pesanti palpebre. Frontalità, volumi appiattiti, postura rigida, gamma elementare di colori sono il linguagio di un artista arcaizzante sensibile tuttavia alla componente decorativa.
Assai nobile l’altare ligneo ‘a portale’ intagliato, dorato e dipinto in blu, in classico equilibrio tra linearità di impianto e ricchezza d’ornato, degna cornice della pala di Marco Vecellio per precauzione trasportata nella parrocchiale durante il primo conflitto mondiale.
Quella attuale ne è una copia realizzata con esiti incerti all’inizio del XX secolo dal pittore Cherubin di Valle.
Pregevole anche il Crocefisso ligneo (XVIII secolo ?) per l’eleganza del modellato nervoso ma composto, la cui drammaticità è temperata dalla descrizione di dettagli quale la morbida ciocca di capelli ricadente sulla spalla, la fascia decorata del perizoma è il suo capriccioso movimento a ricciolo.
Oggi la chiesa appare come assediata dal nastro stradale che corre all’altezza del tetto e scandole e la rende di fatto inaccessibile al visitatore occasionale per la scarsa visibilità del varco d’entrata, l’assenza di una piazzola di sosta in quel punto pericoloso. Esternamente è caratterizzata dall’andamento spigoloso del corpo murato incappucciato della copertura che accompagna con morbide ondulazioni le irregolarità delle absidi. Il colmo individua la linea di raccordo tra i due edifici, e quattro falde sporgono sui tre lati restanti: un’orditura assai complessa e di rara suggestione se vista dalla soffitta con il fitto ventaglio delle travi insistenti sulla doppia incastellatura. Un robusto campanile (1610 ?) a base quadrangolare con cella campanaria aperta su grandi archi emerge dal corpo della sacrestia: forme e volumi diversi legati da belle proporzioni fluiscono in un movimento sempre vario ed originale. Anche la parete occidentale mostra il libero gioco della variazione: forature differenti sottolineate dalla pietra (portale, oculo, monofora archiacuta con lunetta traforata, finestra quadrata con inferiata), porta lignea con borchie metalliche, rilevati contrafforti a salienti e zoccolo in tufo, e infine l’affresco (XVI secolo) con ‘Madonna in trono col Bambino e angeli’ fanno vagare lo sguardo conducendo alla loro scoperta. Ancora visibile a sud l’originaria decorazione architettonica a fresco: la fascia sottogronda e le cornici delle monofore, con motivi geometrici più o meno complessi.

Da http://www.sangiorgiosanvigilio.it

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